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Eliseo Mattiacci. Energia
L'esposizione in programma alla Galleria Fonte d'Abisso di Milano
presenta due grandi installazioni inedite di uno dei protagonisti
assoluti dell'arte contemporanea italiana. Accanto ad esse, una
serie di lavori storici dell'artista pesarese, fra gli esponenti
più celebrati dell'Arte Povera
Dal 9 novembre al 23 dicembre la Galleria
Fonte d'Abisso di Milano ospita lo scultore Eliseo Mattiacci,
uno degli artisti più significativi del panorama italiano
dalla metà degli anni Sessanta ad oggi, fra gli esponenti
più celebrati dell'Arte Povera.
L'esposizione, dal titolo "Energia", presenta un allestimento
pensato e realizzato da Mattiacci stesso, dove troveranno spazio
due grandi installazioni che invaderanno l'ambiente, finora mai
presentate al pubblico, come 'Attrazione gravitazionale', composta
da un magnete e un disco in ferro (diametro 225 cm), e 'Scultura
che guarda' in alluminio satinato (diametro 90 cm). Accanto ad
esse, una serie di lavori storici dell'artista pesarese.
A coinvolgere in questi anni l'immaginario di Mattiacci è
l'ipotesi di un ambiente raccolto che racchiuda le tensioni nello
spazio vicino e lontano.
Lo spazio ricreato è proprio lo spazio cosmico ma tutt'altro
che vuoto: è vibrante, brulicante di onde elettromagnetiche.
Non a caso alcune delle sue sculture più recenti si intitolano
Captasegnali che, protese verso il cielo con le loro parabole
e i loro bracci avvolgenti, sembrano antenne tese a cogliere il
ronzio misterioso delle onde che attraversano gli spazi interstellari.
Mattiacci percorre le vie del cosmo con l'audacia e il piglio
dell'esploratore. Ma ha anche il dono di saper parlare con la
voce del poeta: sono massicce le sue opere gravi di materia e
di ferro, ma parlano la lingua della poesia e ci portano indietro
nel tempo e lontano nello spazio.
Nel lavoro di Mattiacci, che si definisce "fabbro",
convivono felicemente masse grevi e minacciose di ferro e "corpi"
quasi aerei che conducono lo sguardo verso l'alto a scoprire la
fissità delle stelle, il lento girare dei pianeti, la corsa
delle meteoriti, l'eclissi del sole e della luna, l'ordine e il
caos.
Nota biografica
Eliseo Mattiacci è nato a Cagli (Pesaro)
nel 1940. Nel 1964 si stabilisce a Roma. Del 1967 è la
sua prima mostra personale: Mattiacci invade la galleria La Tartaruga
di Roma con un tubo snodabile di ferro nichelato, lungo 150 metri,
smaltato di "giallo Agip", dopo averlo trasportato per
le strade della città insieme a un gruppo di amici.
Il Tubo, modificato in relazione ai diversi contesti, è
presentato lo stesso anno in diverse rassegne tra cui "Arte
Povera e Imspazio" alla Galleria La Bertesca di Genova, la
mostra a cura di Germano Celant, che segna l'avvio della vicenda
critica dell'Arte Povera.
Nel 1968 a L'Attico di Roma, Mattiacci espone per la prima volta
un nuovo ciclo di sculture. Risalgono a quegli anni lavori realizzati
con oggetti d'uso o materiali industriali manipolati, che provocano
insolite esperienze tattili o esaltano visivamente la forza di
gravità, il peso, il magnetismo: Bilico, Cilindri deformati
a elicoide, Pneumatici d'autotreno, Contrasti di peso, Calamita
e trucioli.
Dal 1968 si intensificano le opere di Mattiacci concepite nei
termini di un'azione, in alcune delle quali lo spettatore viene
coinvolto nel processo creativo. Risale a quell'anno "Lavori
in corso", realizzata al Circo Massimo a Roma insieme agli
allievi dell'Istituto d'Arte.
L'indagine della propria identità in relazione all'altro
da sé, l'interesse per le culture diverse da quella occidentale,
la verifica dei modi della comunicazione, sono i temi centrali
del lavoro di Mattiacci nel corso degli anni Settanta.
Nel suo complesso rappresenta una riflessione sui diversi temi
della comunicazione e della trasmissione della cultura la sala
personale alla XXXVI Biennale di Venezia nel 1972 con i lavori
Cultura mummificata, Alfabeti primari e Planisfero con fusi orari.
Mentre è un omaggio alla cultura degli Indiani d'America
la mostra del 1975 a L'Attico, "Recupero di un mito",
dove l'artista, in una serie di foto, assume le sembianze del
popolo vinto, la cui arte e le cui tradizioni sono state spezzate.
A partire dagli inizi degli anni Ottanta il lavoro di Mattiacci
si sviluppa nella direzione di quelle che Bruno Corà ha
definito "Opere spaziali-cosmiche-astronomiche".
Sempre più spesso Mattiacci sfida le grandi dimensioni
e nel corso dell'ultimo decennio realizza sculture utilizzando
lastre di acciaio cortèn, sfere di ghisa e diversi elementi
in ferro.
Sulle superfici sono segnate le rotte dei pianeti, le ellissi
delle traiettorie celesti, i cerchi concentrici degli ordini cosmici.
Dà forma a frammenti di infinito, traccia traiettorie tra
la Terra e mete remote, costruisce macchine che sembrano captare
immagini da molto lontano.
Nelle sue mostre personali le opere diventano postazioni per comunicazioni
interstellari, riflettono cosmogonie celesti, catturano le energie
che agiscono nello spazio. così al Castello Miramare a
Trieste nel 1987, alla XLIII Biennale di Venezia e alla Galleria
Civica di Modena nel 1988, al Museo di Capodimonte nel 1991, alla
Galleria Dell'Oca del 1991, alla Fondazione Prada di Milano nel
1993, al Museo d'Arte Moderna di Bolzano e al Centro per le Arti
Visive di Pesaro nel 1996, ai Mercati Traiani a Roma nel 2001.
Il riferimento allo spazio cosmico muta, intensificandosi, nelle
opere all'aperto, alcune delle quali collocate in maniera permanente,
altre installate in occasione di mostre.
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Dove: Galleria
Fonte d'Abisso, Milano |
Periodo:
dal 09/11/2006
al 27/01/2007 |
Orario:
10.30-13.00 e 15.30-19.00
chiuso lunedì e festivi |
info: tel.
02-86464407
www.fdabisso.com |
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