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Andy Warhol. The Bomb
Le opere esposte alla Vecchiato New Art Galleries di Padova
ripercorrono i momenti salienti dell'intero arco dell'attività
di Andy Warhol, dagli anni '60 fino agli anni '80. Pezzo forte
della mostra è la scultura The Bomb, l'unica di grande
formato mai realizzata dall'artista
La Vecchiato New Art Galleries torna alla ribalta per riproporre,
sull'onda della visibilità internazionale, un'operazione
mass-mediatica degna di un artista portavoce della società
dell'immagine contemporanea: Andy Warhol.
Il padre della pop art, colui che diventò l'emblema della
vita artistica e della storia sociale della modernità,
è il protagonista della mostra alla Vecchiato New Art Galleries.
Le opere esposte ripercorrono i momenti salienti dell'intero arco
dell'attività di Andy Warhol, dagli anni sessanta fino
agli anni ottanta, proponendo esemplari unici di serigrafie e
film underground. Il pezzo forte della mostra è la scultura
The Bomb, l'unica di grande formato mai realizzata dall'artista.
Già nel 1995 la galleria di piazzetta San Nicolò
aveva presentato un'interessante personale sull'artista e ora,
a distanza di 10 anni, ne ripropone l'universo sfaccettato e a
tratti paradossale, sospeso tra provocazione e superficialità.
La mostra Andy Warhol. The Bomb, a cura di Gianluca Ranzi e Doris
Von Drathen, propone un'accurata selezione di trenta opere, rigorosamente
autenticate dalla Fondazione Andy Warhol, tra esemplari unici
di serigrafie e una scultura. Il percorso ripercorre i momenti
salienti dell'intero arco dell'attività artistica di Warhol,
dagli anni sessanta fino agli anni Ottanta.
Icona per eccellenza dei tempi moderni, Warhol è l'esponente
più efficace di una dilagante e alquanto sfacciata immagine
della cultura di massa, plagiata dal simbolo del dollaro, corrosa
dai detersivi in scatola, che mastica slangs e zuppe preparate,
tassativamente combinati al frizzante gusto della Coca-Cola, o
ancora, colta mentre si stupisce per l'ennesima vittima dei crash
automobilistici piuttosto che della guerra, o ripresa nel trasalimento
di fronte alla pena di morte.
A tal proposito compaiono le note opere serigrafiche, celebri
"icone da supermarket", evocative delle manovre strategiche
presenti nei temi pubblicitari di successo, come Campbell's soup
can shopping bag (tecnica mista su carta), Velvet underground
(serigrafia, pochette del disco Andy Warhol's Velvet Underground
feauturing Nico) o il feticcio americano per eccellenza, il celebre
Dollar Bill (serigrafia su tela), geroglifico contemporaneo del
very politically correct.
La genialità intuitiva di Warhol è stata quella
di costruire in maniera abilmente attenta una nuova identità
attorno al concetto di artista, da intendersi quale macchina di
produzione seriale, che ripete all'infinito tale operazione, senza
poi chiedersene il motivo. In merito risuona calzante una sua
questione: "non è forse la vita una serie di immagini
che cambiano solo nel modo di ripetersi?". E ancora: "la
ripetizione aumenta la reputazione".
Dalla prima serie di scatolette Campbell all'adozione della serigrafia,
il passo è stato davvero breve, intercalato dall'ulteriore
riflessione (ironica) sul ruolo della creatività nell'era
della sua riproducibilità tecnica. Su suggerimento del
suo assistente, egli adotta tale tecnica dopo svariati tentativi
di "meccanizzazione" del suo modo di operare (mediante
l'utilizzo di proiettori, timbri in gomma o legno, ecc).
I primi dipinti serigrafati appartengono alla serie in cui l'artista
utilizza la stampa per moltiplicare all'infinito un'immagine di
partenza, disegnata a mano. Prendendo spunto da un'invenzione
"molto americana" e decisamente "popular",
ricondotta nell'ambito "alto" dell'arte, Warhol elabora
in maniera sapientemente sottile una riflessione dirompente sui
concetti di copia e di originale, opponendo l'omologazione alla
necessaria espressività, la ripetizione all'unicità
progettuale.
Adottando una processualità “da catena di montaggio”
(che gli consentiva di fare un quadro in quattro minuti), stimola
d'altra parte il gioco con l'imprevisto, l'incidente di percorso
e l'"errore" che vanifica la riproducibilità,
rendendo le sue immagini seriali sempre diverse l'una dall'altra,
paradossalmente originali.
A essi si aggiunge un pezzo di singolare spessore: un'inedita
scultura del 1967, l'unica di grande formato realizzata dall'artista,
dal titolo Bomb (modello di bomba dipinto a spray), pubblicata
nel catalogo generale Andy Warhol. Paintings and Sculptures, 1964-1969,
esempio calzante della viscerale vena pop associata al tridimensionale.
L'opera cela un curioso aneddoto, in quanto doveva essere offerta
come premio per un concorso sponsorizzato dalla rivista New York
Magazine, successivamente pubblicato da The New York World- Journal
Tribune.
Il 22 gennaio 1967, in un articolo intitolato "Come with
me bomb", Ralph Schoenstein invitava i suoi lettori a partecipare
al concorso per progettare una bomba ad acqua in questi termini:
"Celebriamo la fine della carenza idrica ritornando al più
divertente tra tutti i giocattoli di guerra, l'unico che un uomo
pacifico possa vedere cadere su Hanoi, dato che mai i civili di
Ho potranno essere feriti da una doccia".
Ai lettori veniva dunque offerto come primo premio una bomba U.S.
Air Force, decorata personalmente da Andy Warhol. A testimoniare
l'occasione, una vivace fotografia che vede l'artista abbracciare
orgogliosamente il suo argenteo manufatto, pubblicata assieme
all'articolo di Schoenstein.
La mostra propone inoltre una deliziosa galleria di ritratti celebri,
stile copertina di Vogue, come Enzo Cucchi, Karen Kain, Rauschenbusch,
Jean Paul Barbier, Joan Collins, Mildred Scheel, Karen Lerner,
Natalie Sparber, Carlo e Diana. Si tratta dei volti celebri di
quella New York mondana generatrice dell'arte pop, con tutto il
relativo jet set fatto di moda, feste, frequentazioni, apparizioni.
Erano i committenti stessi a fornire a Warhol le fotografie dalle
quali veniva fatto il ritratto e l'intervento dell'artista veniva
quindi ridotto il più possibile, come ebbe a dire Warhol
stesso: "il massimo del prodotto col minimo di soggettività".
Questa qualità astratta dell'immagine che rinuncia all'approfondimento
psicologico è evidente nella frontalità perentoria
del ritratto di Paul Barbier, nell'eleganza raffreddata di quello
di Karen Kain, o nella sottigliezza della linea che disegna il
volto di Jacques Bellini.
Altra opera di rilievo è Joseph Beuys in memoriam: uno
stimolo al confronto frontale tra i due artisti, che offre un'efficace
chiave di lettura per comprendere la base ideologica che attraversa
l'arte del secondo dopoguerra e le differenze che in questo periodo
intercorrono tra arte americana e arte europea.
Se l'uno incarna infatti la fiducia nel successo americano, Beuys
palesa la crisi di coscienza che accompagna l'intellettuale europeo,
derivante dal peso di una tradizione ingombrante a vantaggio del
sogno americano.
Oltre al dato propriamente artistico, Warhol ha anticipato in
maniera clamorosamente veloce il sistema della realtà mediatica
attuale, in cui la vita diviene fiction e viceversa, che oggigiorno
si fa evidenza alla luce della società dei reality e del
mito dell'apparizione-tv, e che l'artista seppe rivelare mezzo
secolo prima, fino a dimostrare la possibilità della costruzione
di un nuovo sistema di potere basato sull'abuso della visibilità.
Affiancano la mostra sei fotografie a tiratura limitata di Fabrizio
Garghetti scattate durante la mostra "L'Ultima Cena"
di Warhol che si è svolta nel 1987 alla Galleria Credito
Valtellinese nel Palazzo delle Stelline a Milano.
Per l'occasione viene pubblicato un catalogo edito da Vecchiato
New Art Galleries con tutte le opere esposte.
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Dove:
Vecchiato New Art Galleries, Padova |
Periodo:
dal 13/10/2006
al 27/01/2007
PROROGA AL 17/02/2007 |
Orario:
lun 15.30-19.30
mar-ven 9-13 e 15.30-19.30
sab 9.30-13 e 15.30-19.30
domenica chiuso |
info: tel.
049-665447
www.vecchiatoarte.it |
Biglietti:
ingresso gratuito |
Catalogo:
Vecchiato New Art Galleries |
Curatore:
Gianluca Ranzi
Doris Von Drathen |
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