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Francesco Ciusa: gli anni delle
Biennali (1907-1928)
La Provincia di Firenze promuove e ospita dal 25 gennaio al
26 febbraio nella Limonaia di Palazzo Medici Riccardi una mostra
dedicata allo scultore sardo Francesco Ciusa (Nuoro,1883 - Cagliari,
1949), che a Firenze si era formato. L'esposizione è curata
da Giuliana Altea e Anna Maria Montaldo
La Provincia di Firenze promuove ed ospita dal 25 gennaio al 26
febbraio nella Limonaia di Palazzo Medici Riccardi, la mostra "Francesco
Ciusa: gli anni delle Biennali (1907-1928)" organizzata dalla FASI
(Federazione delle Associazioni Sarde in Italia),e dall'ACSIT
( Associazione Culturale Sardi in Toscana) con il patrocinio, tra
gli altri, della Regione Autonoma della Sardegna e della Provincia
di Cagliari; e curata da Giuliana Altea e Anna Maria Montaldo.
Lo scultore sardo Francesco Ciusa (Nuoro,1883 - Cagliari, 1949)
fu allievo dell'Accademia di Belle Arti di Firenze tra il
1899 e il 1903. Fra i suoi maestri furono Domenico Trentacoste,
Giovanni Fattori e Adolfo de Carolis. Questo soggiorno di studio
gli permise di conoscere e frequentare Lorenzo Viani, Plinio Nomellini,
Moses Levy, Libero Andreotti, Enrico Sacchetti.
La sua fama è oggi legata soprattutto al gesso 'La madre
dell'ucciso', che alla Biennale di Venezia del 1907 fu accolto
con entusiasmo dal pubblico e dalla critica, facendo additare il
suo giovanissimo autore come una rivelazione.
Ma la Madre dell'Ucciso – presente in mostra nella versione
in gesso della Galleria Comunale d'Arte Moderna di Palermo
- rappresenta solo l'inizio di un percorso ricco e articolato,
che vede l'artista muoversi sullo scenario nazionale e internazionale,
con esiti di notevole qualità.
A cento anni di distanza dal fortunato debutto del 1907, la mostra
dal 3 novembre al 15 gennaio ha riportato con successo Ciusa a Venezia
ed ora - come allora nel viaggio di ritorno verso la Sardegna -
a Firenze città della sua formazione e delle sue amicizie
e frequentazioni artistiche. Attraverso le sue grandi sculture che
figurarono all'epoca nei massimi appuntamenti espositivi internazionali,
vengono ripercorse le tappe salienti della vicenda dell'artista
in quello che fu il periodo cruciale della sua ricerca.
La rassegna ha fornito l'occasione di un approfondimento critico,
che ha portato tra l'altro alla scoperta di opere inedite
come L'offerta (1917) e il monumento ai caduti di Cabras (1927),
e ha rivelato come, malgrado la sua postazione periferica, Ciusa
mantenesse un intenso dialogo con la cultura figurativa del suo
tempo.
Figlio di un modesto intagliatore del legno, Ciusa si formò
con Rivalta e Trentacoste a Firenze nei primissimi anni del Novecento,
frequentandovi un ambiente segnato dalle idee socialiste di artisti
come Nomellini, Viani e il giovane Andreotti; un clima analogo respirava
anche in Sardegna, nella cerchia nuorese della scrittrice Grazia
Deledda. Nasce in questo contesto la rappresentazione di un mondo
pastorale sardo cupo e suggestivo, visto come segnato da una fatalità
dolorosa, per cui l'artista diverrà famoso.
Dopo La madre dell'ucciso, in cui si fondono ricordi classici
e un'attenzione al dettaglio di sapore ancora verista, lo
scultore passa, già alla fine del primo decennio del secolo,
a un discorso più conciso e sintetico, venato di accenti
simbolisti e secessionisti, evidente in opere come La filatrice
(1908-9) e Il cainita (1914). Si volge quindi, nei primi anni Venti,
alla ceramica, inaugurando sotto il marchio SPICA una produzione
di piccoli oggetti decorativi che fondono in modi déco motivi
del folklore sardo e spunti rinascimentali. L'influsso di
Wildt si coglie in alcune tra le sculture migliori di questi anni,
come Sacco d'orbace, Il ritorno, La campana, tutte del 1922,
Deposizione (1922-26), Il bacio (1927), mentre la lezione di Rodin,
modernamente rivisitata, ha ispirato il monumento ai caduti di Iglesias
(1922-1928).
Decorativismo e naturalismo si intrecciano ne L'anfora sarda,
con cui l'artista compare alla Biennale del 1928.
Nota Biografica
Figlio di un modesto intagliatore del legno, Francesco
Ciusa si formò all'Accademia di Belle Arti di Firenze
tra il 1899 e il 1903. Fra i suoi maestri furono Domenico Trentacoste,
Giovanni Fattori e Adolfo de Carolis. Questo soggiorno di studio
gli permise di conoscere e frequentare un ambiente segnato dalle
idee socialiste di artisti come Nomellini, Viani e il giovane
Andreotti.
Fu allievo dell'Accademia di Belle Arti di Firenze tra il
1899 e il 1903. Fra i suoi maestri furono Domenico Trentacoste,
Giovanni Fattori e Adolfo de Carolis. Questo soggiorno di studio
gli permise di conoscere e frequentare Lorenzo Viani, Plinio Lomellini,
Moses Levy, Libero Andreotti, Enrico Sacchetti.
Un clima analogo si respirava anche in Sardegna - dove Ciusa rientrò
nel 1904 - nella cerchia nuorese della scrittrice Grazia Deledda
(Premio Nobel della Letteratura nel 1926) e del poeta Sebastiano
Satta. Nasce in questo contesto la rappresentazione di un mondo
pastorale sardo cupo e suggestivo, visto come segnato da una fatalità
dolorosa, per cui l'artista diverrà famoso.
Con 'La madre dell'ucciso' Ciusa è ammesso alla Biennale
di Venezia nel 1907. Nell'opera si fondono ricordi classici e
un'attenzione al dettaglio di sapore ancora verista. Benché
il successo gli apra una promettente carriera nella Penisola,
rifiuta di lasciare la Sardegna e si stabilisce a Cagliari.
Successivamente, già alla fine del primo decennio del secolo,
lo scultore passa a un discorso più conciso e sintetico,
venato di accenti simbolisti e secessionisti, evidente nelle opere
del ciclo 'I Cainiti' (1908-1914), un "poema plastico"
destinato a illustrare momenti ed episodi della vita nella Sardegna
"primitiva". Con opere come 'Il pane' (1907-8), 'La
filatrice' (1908-9) e 'Il cainita' (1914), di altissima qualità
formale, partecipa a una serie di importanti esposizioni nazionali
e internazionali.
Nel 1919 Ciusa fonda a Cagliari la manifattura ceramica SPICA
e avvia una produzione produzione di piccoli oggetti decorativi
in terrecotta colorata che fondono in modi déco motivi
del folklore sardo e spunti rinascimentali. L'influsso di
Wildt si coglie in alcune tra le sculture migliori di questi anni,
come 'Sacco d'orbace', 'Il ritorno', 'La campana' - tutte
del 1922 - 'Deposizione' (1922-26), 'Il bacio' (1927), mentre
la lezione di Rodin, modernamente rivisitata, ha ispirato il monumento
ai caduti di Iglesias (1922-1928). Nel '28, in un clima
artistico ormai cambiato, espone alla Biennale L'anfora
sarda', in cui si intrecciano decorativismo e naturalismo. Sarà
la sua ultima apparizione fuori dalla Sardegna.
Nel frattempo, chiusa la SPICA, aveva assunto la direzione della
Scuola d'Arte Applicata di Oristano dove rimase in carica
fino al 1929.
Nel decennio tra il '29 e il '39 realizza tre sculture
per lo Stadio dei Marmi a Roma, a Nuoro il monumento a Sebastiano
Satta, il gesso 'Il fromboliere' e la 'Madonna del combattente'
per la chiesa di Bonaria a Cagliari.
Nel '43 i bombardamenti che colpiscono Cagliari distruggono il
suo studio, con le opere e l'archivio che conteneva. Negli
ultimi anni insegna disegno alla Facoltà d'Ingegneria
dell'Università di Cagliari.
Le opere in mostra
La madre dell'ucciso (1906-07) segna il debutto
di Ciusa alla Biennale di Venezia del 1907, dove è salutata
come una rivelazione. Rappresenta una vecchia contadina di Nuoro
che compie il rito de sa ria (la veglia funebre) per il figlio
ucciso: un'immagine tristemente frequente nella Sardegna
del primo Novecento, terra poverissima, lacerata dalle vendette
e dal banditismo. Ciusa parte da forme classiche e rinascimentali,
eredità dei suoi studi all'Accademia di Firenze,
ma le blocca entro schemi geometrici, rendendole statiche e solenni.
Il pane, (gesso 1907-08, bronzo 1923) appartiene
al grande ciclo di sculture I Cainiti. La scultura verte sul tema
del lavoro e rappresenta l'immagine di una massaia seduta
a terra, intenta ad impastare, verte sul tema del lavoro. Anche
qui, come nella Madre, la descrizione realistica dei particolari
si combina con la composizione geometrica e la staticità
della posa, suggerendo un senso di concentrazione rituale.
La filatrice, (gesso 1908-09, bronzo 1983) si
ricollega al ciclo I Cainiti, volto a fissare i momenti chiave
della vita nella Sardegna interna. Ispirata da un episodio raccontato
dallo stesso Ciusa nelle note autobiografiche, rappresenta la
bella Salvatora che lo incantava quando, bambino, la osservava
filare sul balcone, lei stessa "più del fuso un fuso".
La figura, rigidamente frontale, è costruita secondo una
astratta geometria che incornicia, entro un motivo di rombi e
cerchi, il viso estremamente vero ma impenetrabile come una maschera.
Il nomade (1908-09) nasce dal ricordo di un venditore
ambulante di scarpe, dagli "occhi velati di malinconia, fissi
in lontananza, quasi deliranti"; nel ciclo de I Cainiti,
cui Ciusa ricollegava le sue grandi sculture degli anni Dieci,
la statua è immagine dell'inquietudine esistenziale.
L'artista chiude la figura in un volume piramidale e manipola
la forma dell'abito tradizionale sardo, per ricavarne motivi
geometrici.
Dolorante anima sarda (1910-11) raffigura la
vedova di un pastore ucciso, che maledice il cielo facendo le
"fiche", mentre il figlioletto nudo, in piedi tra
le sue ginocchia si copre il volto con le mani. Con quest'opera
Ciusa ritorna all'aspetto più cupo e drammatico del
mondo sardo, quello legato alle faide che dividevano i villaggi
dell'interno. La scultura si presenta oggi priva delle braccia,
tagliate dall'artista alcuni anni dopo in seguito a un ripensamento.
Il cainita, (gesso 1913-14, bronzo 1983) l'ultima
scultura del ciclo, rappresenta un pastore che regge in mano la
testa del nemico ucciso. Per Ciusa, il "cainita" è
l'uomo condannato a un destino di violenza perché
figlio di "una terra di dolore e di maledizione",
"che ha gli uomini forti e saldi come le sue querce: uomini…
che sono assassini e potrebbero essere eroi." Nel volto
grave e meditativo dell'omicida, nella dolorosa lentezza
del gesto, si legge una riflessione sull'ineluttabilità
del male e della morte che fa della scultura una delle più
intense opere di Ciusa.
L'anfora sarda (gesso 1927-28, bronzo 1983) rappresenta
una giovane madre contadina che, lasciando scivolare a terra la
gonna, beve da una brocca mentre il figlio le si attacca al seno.
La statua unisce a un effetto ornamentale di tono déco,
evidente nella ritmica pieghettatura della gonna, una forte vena
di sensualità, confermando un sottofondo erotico della
scultura di Ciusa affiorato nel Bacio e in alcune opere minori.
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Dove: Limonaia
di Palazzo Medici Riccardi, Firenze |
Periodo:
dal 25/01/2008
al 26/02/2008 |
Orari:
tutti i giorni 9.00-19.00
chiuso il mercoledì |
Info: tel.
055-240549 (ACSIT) |
Biglietti:
- intero € 5,00
- ridotto € 3,50
Il biglietto comprende la visita a Palazzo Medici Riccardi
e alla concomitante mostra
su Ottone Rosai |
Visite guidate:
su prenotazione |
Curatori:
Giuliana Altea
Anna Maria Montaldo |
Catalogo:
Il catalogo, edito da Ilisso, contiene
saggi delle curatrici Giuliana Altea e Anna Maria Montaldo,
un testo biografico di Antonella Camarda, schede delle
opere in mostra di Giulia Aromando, Francesca Ghirra,
Pamela Ladogana, Marzia Marino, Maria Teresa Steri. |
Note:
Coordinamento
Caterina Virdis
Allestimento
Roberto Zanon
Mostra ideata e promossa
da: FASI (Federazione delle
Associazioni Sarde in Italia)
Enti patrocinanti:
Regione Autonoma della Sardegna
Regione Toscana
Comune di Cagliari
Comune di Firenze
Comune di Nuoro
Comune di Oristano
Provincia di Cagliari
Provincia di Nuoro
Provincia di Sassari
Provincia di Oristano
Fondazione Banco di Sardegna
Camera Di Commercio Di Cagliari
ANMLI Associazione Nazionale Musei Locali e Istituzionali
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