EXHIBITIONS.IT - Mostre d'arte a Firenze e non solo - Art shows in Florence and beyond
EXHIBITIONS.IT - Mostre d'arte a Firenze e non solo - Art shows in Florence and beyondDonatello restauro attis bronzeo Museo Bargello Opificio Pietre Dure Firenze
 
 
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Il ritorno d'Amore. L'Attis di Donatello restaurato

Rientra al Bargello dopo un lungo e complesso restauro eseguito dall'opificio delle Pietre Dure una delle opere più intriganti di Donatello. In mostra dal 1° ottobre 2005 all'8 gennaio 2006: tornerà poi al suo posto nel Salone di Donatello al primo piano


La mostra - a cura di Beatrice Paolozzi Strozzi, direttrice del Bargello - è dedicata ad una delle opere più celebri e più misteriose del grande Donatello (alias Donato di Niccolò di Betto Bardi): il cosiddetto "Amore-Attis", che rientra al Museo dopo un lungo e complesso restauro eseguito dall'Opificio delle Pietre Dure.

Prima di riprendere il suo posto nel Salone di Donatello, al primo piano del Bargello, il bronzo donatelliano viene presentato al pubblico e agli studiosi, nelle sale al piano terreno dedicate alle esposizioni temporanee.

Il restauro ha avuto esiti eccellenti: la pulitura (in parte eseguita al laser) ha portato al recupero delle dorature 'a foglia' e di straordinarie patinature originali, che sembrano proprio 'colorare' il bronzo e dargli vita.

Dal punto di vista strutturale e conservativo, l'intervento ha potuto risarcire pienamente vecchi danni: in particolare, una vistosa frattura al braccio destro, che torna così ad essere saldamente posizionato, restituendo alla figura tutta la sua integrità e la grazia del movimento.

Il lungo restauro (diretto da Annamaria Giusti, ed eseguito da Fabio Burrini e Svèta Gennai) ha però anche offerto l'occasione per nuovi studi, dei cui risultati la mostra e il catalogo danno conto.

Quest'opera di Donatello, per la sua complessa iconografia e per la sua committenza, è infatti da sempre un rebus che non ha trovato finora soluzioni esaurienti. La sua prima citazione, come opera di Donatello, è nelle Vite del Vasari (1568), che vide il bronzo in casa di Giovanni Battista di Agnolo Doni e lo descrisse come "un Mercurio di metallo […] alto un braccio e mezzo, tutto tondo vestito in un certo modo bizzarro".

Ma già alla fine del ‘500, s'era persa memoria della paternità donatelliana e la scultura venne ritenuta antica fino al 1778, quando – in occasione della sua offerta in vendita al Granduca da parte della famiglia Doni, che ne era ancora proprietaria – se ne riconobbe l'autografia del grande scultore quattrocentesco, per merito di Luigi Lanzi, "antiquario" della Galleria.

In quello stesso anno l'opera prese posto nella sala dei bronzi moderni, agli Uffizi, per poi passare nel nuovo Museo Nazionale del Bargello, nel 1865.

Dal suo ingresso nelle collezioni pubbliche, gli studiosi si sono cimentati nella difficile decifrazione della figura, in totale assenza di documenti: essa è stata identificata come Mercurio, Pantèo, Bacco, Eone, Eros in varie forme... in un accidentato percorso interpretativo, ricostruito nel catalogo della mostra da Paola Barocchi.

La parte superiore del putto donatelliano, alato e ridente, si mostra in tutto affine a una figura angelica; mentre la sua parte inferiore mostra quelle caratteristiche "bizzarre" che ne fanno una figura senza precedenti: ha una codina di fauno, strane alucce ai piedi, un lungo serpente che penetra nei suoi calzari sfondati; e soprattutto, indossa curiosi 'pantaloni', legati al cinturone sui fianchi, che lasciano scoperto il sesso e i glutei.

Ad essi si deve la sua identificazione col mitico dio Attis, figlio di Cibele, venerato in Grecia e a Roma in età imperiale e di cui Donatello poteva conoscere qualche esempio antico: quelle particolari brache aperte sul davanti sono infatti elemento caratteristico del dio frigio, in ricordo della sua castrazione.

Per mostrare dunque le analogie, ma anche le molte differenze con Attis – protagonista assieme a sua madre Cibele dei cruenti e torbidi riti del tardo Impero, noti come "misteri frigi", illustrati in catalogo da Antonella Romualdi - nella mostra si presentano, a diretto confronto con il vivacissimo putto donatelliano, due Attis antichi (l'uno di bronzo, l'altro di marmo), databili tra il I e il II secolo dopo Cristo, fra i più significativi e meglio conservati che ci siano giunti, provenienti l'uno dal Louvre, l'altro dai Musei Vaticani.

Rispetto a questi esempi antichi, ai quali pure liberamente si ispira, il putto quattrocentesco con tutti i suoi differenti attributi, appare una straordinaria invenzione di Donatello che, come suggerisce in catalogo Beatrice Paolozzi Strozzi, ha inteso rappresentare in modo assolutamente originale un "angelo-dèmone": cioè una figura 'doppia' e contrastane fra virtù (l'angelo della parte superiore) e vizio (il dèmone della parte inferiore), alla maniera delle allegorie medievali piuttosto che degli esempi classici.

Se per ragioni stilistiche e per la vicinanza col David di bronzo, l'opera si data quasi con certezza tra la fine degli anni trenta e i primi anni quaranta del '400 (alla vigilia della partenza di Donatello per Padova), anche il committente resta a tutt'oggi da accertare, non essendo all'epoca la famiglia Doni - cresciuta d'importanza e di fortuna qualche decennio più tardi - abbastanza in vista per poter richiedere ed ottenere un'opera dal grande maestro.

Gli studi documentari di Francesco Caglioti offrono ora nuovi e stimolanti argomenti per individuare nella famiglia Bartolini i committenti originari del bronzo donatelliano, passato successivamente per discendenza ai Doni.

L'ipotesi, fortemente corroborata dai risultati della ricerca d'archivio, è tanto più suggestiva in quanto i Bartolini hanno nel loro stemma semi di papavero, del tutto analoghi a quelli che figurano sul cinturone del putto donatelliano, offrendo un'ulteriore nuova chiave di lettura in senso araldico di questo singolare dettaglio iconografico.

Sia le fasi salienti del restauro, che l'affascinante storia dell'opera e quella dell'antico dio Attis, sono illustrate e commentate in mostra da pannelli in italiano e in inglese.

La mostra si conclude con un audiovisivo dedicato a Donatello e all'arte del suo tempo - curato da Carlo Sisi - che intende essere un invito al visitatore a ripercorrere la straordinaria vicenda artistica del più grande scultore del Quattrocento salendo al primo piano del Bargello, dove il grande Salone accoglie molti dei suoi più celebri capolavori.


Dove:
Museo Nazionale del Bargello, Firenze
Periodo:
dal 01/10/2005
al 08/01/2006
Orari:
tutti i giorni 8.15-13.50
Chiuso 2° e 4° lunedì e 1°, 3° e 5° domenica del mese, 25 dicembre e 1° gennaio
Biglietti:
compreso ingresso al museo:
- Intero € 6.00
- Ridotto € 3.00 (cittadini EU tra i 18 e i 25 anni)
- Gratuito per cittadini EU sotto i 18 e sopra i 65 anni
Servizi:
La prenotazione per i gruppi scolastici è gratuita ed obbligatoria. Visite guidate per le scolaresche su prenotazione (€ 3.00 ad alunno)
Prenotazioni e info: Firenze Musei tel. 055-290112
Catalogo:
a cura di B. Paolozzi Strozzi
Ed. SPES
Note:
Enti Promotori
Ministero per i Beni e le Attività Culturali
Soprintendenza Speciale per il Polo Museale Fiorentino
Museo Nazionale del Bargello
Ass. "Amici del Bargello"
Firenze Musei

Ideazione e direzione mostra
Beatrice Paolozzi Strozzi

Restauro
Opificio delle Pietre Dure
Direttore del restauro: Annamaria Giusti
Restauratori: Fabio Burrini, Svèta Gennai

Audiovisivo
a cura di Carlo Sisi (realizzazione: Natali Multimedia)

Allestimento
Maria Cristina Valenti

Realizzazione dell'allestimento
e gestione della mostra

Opera Laboratori Fiorentini



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