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Alberto Sughi. Il segno e l'immagineRitorno al futuro di un realista esistenziale:
Alberto Sughi, uno dei nostri più grandi pittori contemporanei,
alla soglia degli 80 anni si lancia alla ricerca di nuovi spazi
e nella personale di Arezzo presenta 59 inediti, un Ciclo dei
Cicli sulla precarietà umana resa evidente dall'11 settembre Alberto Sughi rilancia. Alla soglia
degli ottant'anni, quando ancora non si è spenta l'eco
dell'antologica di Parma, il grande vecchio del realismo esistenziale,
tra i grandi pittori italiani di questi nostri giorni, spariglia
il gioco e si rimette in discussione avventurandosi a sorpresa
in una nuova stagione creativa, presentando ad Arezzo 59 inediti
di medio-grande dimensione, opere su carta intelata realizzate
negli ultimissimi anni, frutto di una rilettura spassionata del
passato (tecniche, colori, materiali, contenuti), alla ricerca
di spazi inesplorati, atmosfere, sensazioni, verità.
Promossa dal Comune di Arezzo (Assessorato alla Cultura) con il
patrocinio del Ministero dei Beni Culturali, la mostra Alberto
Sughi. "Il segno e l'immagine" è un nuovo e più
maturo viaggio intorno all'uomo, un nuovo grande romanzo esistenziale,
l'ultimo sofferto fuoco fatuo dedicato a un'umanità smarrita
e alla sua quotidiana solitudine, all’incomunicabilità
che attraversa i nostri contesti urbani, all’impossibilità
di afferrare il senso e la misura delle nostre vite precarie.
Cura l’esposizione lo storico dell’arte Giovanni Faccenda,
che parla di Ciclo dei Cicli, di summa filosofico-artistica, di
ennesimo, inatteso giro di giostra per una vocazione all'affresco
narrativo manifestata da Sughi dai primissimi anni '70 con le
Pitture verdi e poi coltivata attraverso i dipinti della Cena,
di Immaginazione e memoria della famiglia, di La sera o della
riflessione, fino al Notturno esposto nel 2000.
I personaggi anonimi e ordinari di queste nuove opere hanno occhi
e gesti privi di espressione, fissano il vuoto del tempo e dello
spazio, drammaticamente assorti, negati al dialogo, forse alla
ricerca di significati che tuttavia sfuggono.
Giovane ragazza, Doppio ritratto, Figure al caffè, Due
persone nella stanza, La gente del Bar… Titoli che accompagnano
attese silenziose, nervose partite a carte, mozziconi di sigarette
che si spengono lenti, fra indice e medio, come le illusioni che
hanno alimentato tante labili esistenze.
Scene colte nell'attimo fuggente, come singoli fotogrammi di un
film bloccati nel fermo immagine e così isolati dal contesto.
Non a caso Sughi sostiene da sempre di aver imparato a dipingere
dal cinema.
Ma benché grave, annota Faccenda nel catalogo, il tono
della descrizione non implica il senso del travaglio o dell'angoscia:
"Affiora semmai", spiega, "un genere di oppressione,
di ansia dovuta a fatti rimasti irrisolti, dubbi che continuano
a non avere spiegazione, al fondo dei quali la mente torna, talora,
con malinconia e rimpianto, quasi fosse richiamata da una lontana
eco".
A Ciclo dei Cicli Sughi preferisce in realtà Memorie e
immaginazioni di un realista esistenziale, all'idea della sintesi
rivolta al passato privilegia quella di una riflessione affacciata
sulle verdi praterie del futuro. Ma il senso è identico.
Sughi traduce Faccenda e viceversa.
L'artista parla di rilettura critica, di immersione nelle profondità
della propria identità personale, di nuovi cocktail costruiti
a colpi di immaginario, disegni, colori, materiali, pittura, alla
ricerca di nuovi significati. "Nel Naufragio che dipinsi
nel '68", ricorda, "l'acqua che sommergeva il salotto
minacciava le comodità piccolo borghesi. In quello del
2006 è l’anima che affonda".
Appunto. "Ma i caffè di Sughi", sostiene Faccenda,
"non sono i locali in penombra di Rosai. Sono luoghi dell'immaginazione,
ribalte ideali su cui si muovono figure che rappresentano la storia
sentimentale e intellettuale dell'autore. Siamo a metà
tra Schopenauer e Kirkegaard, tra Sartre e Camus, tra Antonioni
e Fellini. Attraverso queste immagini riviviamo l’incertezza
e la provvisorietà della nostra esistenza, di cui abbiamo
preso tutti coscienza dopo l'11 settembre".
La Galleria comunale d'arte moderna e contemporanea di Arezzo
è in piazza San Francesco, accanto alla Basilica che accoglie
il celeberrimo capolavoro di Piero della Francesca, La Leggenda
della Vera Croce, e davanti al Caffè dei Costanti dove
Roberto Benigni ha girato alcune scene della Vita è bella.
Nota biografica
Alberto Sughi è uno dei maggiori artisti italiani della
generazione che esordì agli inizi degli anni '50, scegliendo
decisamente la strada del realismo, nell’ambito del dibattito
tra astratti e figurativi dell’immediato dopoguerra. I suoi
dipinti mettono in scena momenti di vita quotidiana senza eroi,
atmosfere che nel 1956 il critico Enrico Crispolti definì
realismo esistenziale.
La ricerca di Sughi procede peraltro, in modo quasi costante,
per cicli tematici che ricordano le sequenze cinematografiche.
Prima le cosiddette pitture verdi dedicate al rapporto uomo-natura
(1971-1973). Poi La cena (1975-1976) e, all’inizio degli
anni '80, i venti dipinti e i quindici studi di Immaginazione
e memoria della famiglia. Dal 1985 è in corso la serie
La sera o della riflessione. L'ultimo ciclo di grandi dipinti,
esposto nel 2000, è Notturno.
Sughi nasce a Cesena il 5 ottobre 1928. Studi classici, artisticamente
autodidatta, riceve i primi rudimenti dallo zio. Racconta: "Il
mio incontro con l'arte è stato senza dubbio favorito da
uno zio pittore e dalla passione di mia madre che, con intelligenza,
ha stimolato la mia inclinazione per il disegno. Posso quindi
convenire di avere seguito una strada che proprio in famiglia
mi è stata suggerita; ho cominciato a disegnare all'età
di sei anni e non ho più smesso".
Si dimostra subito ampiamente padrone del proprio linguaggio pittorico,
si ispira alla vita metropolitana, dipinge con lucida obiettività,
frammista a punte di espressionistica resa formale.
La prima mostra è una collettiva a Cesena nel 1946 e quello
stesso anno Sughi soggiorna brevemente a Torino dove lavora come
illustratore per la Gazzetta del Popolo.
Due anni dopo, alla Biennale di Venezia, resta molto impressionato
da una natura morta di André Fougeron. "Ne parlammo
appassionatamente", scriverà più tardi, "Non
ci sfuggiva che Fougeron si proponeva di guardare con veemenza
in faccia alla realtà".
Tra il 1948 e il 1951 si trasferisce a Roma dove frequenta vari
artisti, fra cui Marcello Muccini e Renzo Vespignani del Gruppo
di Portonaccio, incontri fondamentali sia dal punto di vista umano
che artistico. Torna a Cesena nel 1951. Sono gli anni in cui nasce
il realismo esistenziale.
Ai critici che considerano angosciante la sua pittura di quel
periodo risponderà: "Fin dalle prime personali tenute
a Roma, negli anni '50, feci una curiosa scoperta: sembrava d'obbligo,
a proposito del mio lavoro, parlare di tristezza e di solitudine…Ma
io non ho mai adoperato un colore grigio per sembrare più
triste od uno più rosa per alludere alla speranza. Quando
si dipinge, la mente e la mano procedono con altra determinazione
e fermezza. Il fine della pittura non è quello di commuovere,
ma piuttosto quello di rappresentare".
Renato Guttuso lo sostiene e Antonello Trombadori lo accosta a
Edward Hopper. Quando nel 1963 emerge anche il tema della pittura
sociale ecco che cosa scrive Giorgio Bassani circa una collettiva
alla Galleria Gian Ferrari di Milano con Sughi, Banchieri, Ferroni,
Giannini, Luporini: "Tutti insieme si ritrovano a dire di
no alla pittura del Novecento italiano fra le due guerre: al suo
lirismo, alla sua purezza, alla sua esemplarità emblematica:
puntando per converso sul contenuto, sui valori ieri così
spregiati del 'racconto', della 'illustrazione'. È dunque
una pittura sociale, la loro? Anche. È comunque una pittura
che chiede la diretta partecipazione emotiva e psicologica dell'astante…".
E a proposito di Sughi annota: "Come gli altri, si è
opposto fin dal principio alle sublimi poetiche novecentesche:
e lo ricordiamo, dieci anni fa, immerso fino al collo nella cronaca
nera del neorealismo postbellico. Più tardi ha sentito
evidentemente il bisogno di decantare i propri contenuti, di fare
bello e grande anche lui. Ed eccolo, infatti, in questi suoi ultimi
quadri, risalito alle fonti più vere del proprio realismo:
a Degas, a Lautrec: classicamente maturo, ormai, per accogliere
e far sua perfino la lezione di Bacon, tenebroso stregone nordico
…".
All'inizio degli anni '70 Sughi si trasferisce da Cesena città
alle non lontane colline di Carpineta e inizia a lavorare al ciclo
La cena, evidente metafora della società borghese in cui
si ritrova un certo realismo tedesco alla George Grosz e alla
Otto Dix, avvolto da atmosfere quasi metafisiche che isolano ogni
personaggio congelandolo all'interno della scena.
Secondo Giovanni Amendola sembra proprio trattarsi di 'un'ultima
cena', di un congedo immaginario della borghesia dell'Italia del
miracolo economico. Sono gli anni in cui Sughi partecipa attivamente
alla vita politica come consigliere comunale.
Le nuove opere sono esposte per la prima volta nel 1976 alla Galleria
La Gradiva di Firenze e pubblicate in un volume degli Editori
Riuniti con introduzione di Amendola e testi dello stesso Sughi
e di Raimondi.
Ettore Scola sceglie come manifesto del suo film La Terrazza uno
dei dipinti della Cena e Mario Monicelli si ispira alle atmosfere
e ai colori di Sughi per Un borghese piccolo piccolo. Nel 1978
La cena viene presentata a Mosca alla Galleria del Maneggio.
Nel 1980 Sughi lavora a un nuovo ciclo narrativo, Immaginazione
e memoria della famiglia. Con il grande trittico Teatro d'Italia,
dipinto tra il 1983 e 1984, l'occhio dell'artista torna a fermarsi
sulla società. Teatro d'Italia è infatti una grande
allegoria sociale.
E' il febbraio del 1993 quando Carlo Azeglio Ciampi, allora Presidente
del Consiglio, lo nomina presidente dell'Ente Autonomo Esposizione
Nazionale Quadriennale d'Arte di Roma.
Nel gennaio 1994 Sughi si dimette dall'incarico, non ravvisando
la possibilità di operare fruttuosamente e seguendo, in
fondo, un istinto tendenzialmente anarchico e profondamente ribelle.
Nel 1996 dipinge il ciclo Indizi e frammenti riconnettendosi,
per citare Antonio Del Guercio, ‘ai luoghi della urbana
solitudine', o alla 'solitudine pubblica' se si preferisce la
definizione di Giorgio Soavi. Indizi e frammenti anticipa in qualche
modo Notturno, l'ultimo dei cicli dipinti da Sughi nel '900.
Nel 2000 riceve il premio Michelangelo, Pittura, Roma, mentre
l'interesse per il suo lavoro si conferma vivissimo in Italia
e a livello internazionale. Oltre a partecipare a tutte le grandi
mostre organizzate all'estero sull'arte italiana, Sughi è
continuamente citato dalle più importanti pubblicazioni.
Nell'ottobre 2004 il sito australiano Artquotes.net gli ha dedicato
la rubrica Artista del mese. Il suo dipinto La Sete fa da copertina
alla rivista biennale 2004/2005 di poesia americana Westbranch
della Bucknell University (Pennsilvanya). Nel maggio 2005 NYartsmagazine.com
gli ha riservato un'intera pagina dal titolo Ideologia e Solitudine.
Attualmente Sughi scrive per Absolutearts.com, la grande directory
d'arte del Columbus (Ohio), e sul suo blog mensile si occupa prevalentemente
del tema artista e società.
Il 28 novembre 2005, ancora Carlo Azeglio Ciampi, stavolta come
Presidente della Repubblica, lo ha insignito del prestigioso Premio
Vittorio De Sica, omaggio a un artista che fin dagli esordi ha
mostrato per il cinema una sensibilità particolare, fino
ad affermare "il cinema mi ha insegnato a dipingere".
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Dove: Galleria
Comunale d’Arte Moderna e Contemporanea, Arezzo |
Periodo:
dal 14/04/2006
al 21/05/2006 |
Orari:
mart-ven 10-13 e 15-18
sab-dom 10-18
chiuso lunedì |
Info:
tel. 0575-377506
www.comune.arezzo.it |
Biglietti:
intero € 6,00
ridotto € 3,00 |
Catalogo:
ed. Masso delle Fate
pp. 128, € 28
contributi di Salvatore Italia (capo dipartimento del
Ministero per i Beni e le Attività Culturali),
di Luigi Cavallo e una lunga intervista a Sughi di Sergio
Zavoli |
Curatori:
Giovanni Faccenda |
Note: main
sponsor Galleria Spagnoli |
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